Conversione in Legge DL 16 maggio 2020, Augussori (Lega): ennesimo schiaffo al Parlamento

Roma, 24 giugno: nella mattinata di oggi il senatore lodigiano Luigi Augussori è intervenuto nell’aula del Senato per denunciare l’ennesima manifestazione di potere del Presidente del Consiglio, oggi come negli ultimi mesi manifestatasi a suon di Decreto Legge prima e DPCM attuativo poi.

VIDEO DELL’INTERVENTO

Resoconto Stenografico dell’intervento:

AUGUSSORI: Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, con la conversione di questo decreto-legge assistiamo all’ennesimo schiaffo al Parlamento. Ancora una volta, l’istituzione principe del nostro ordinamento costituzionale, l’unica eletta direttamente dai cittadini e fulcro della Repubblica parlamentare, è ridotta al mero ruolo di certificatore di scelte dell’Esecutivo. Cosa ancora più paradossale è che questa volta – oggi, 24 giugno – siamo chiamati ad esprimere una valutazione e un voto finale su norme emanate il 16 maggio, che in gran parte hanno già cessato il loro effetto il 2 giugno. Evidenzio oltretutto che qui al Senato lo stiamo facendo in prima lettura, quindi ancora più grottesca sarà la corrispondente situazione che dovrà affrontare l’altro Ramo del Parlamento, che riceverà il provvedimento dopo che lo avremo licenziato. Mi chiedo: che senso ha tutto questo? Nessuno, se non essere l’ennesima manifestazione di potere dell’uomo solo al comando, attorniato tutt’al più dalla sua oligarchica compagnia di giro. Inoltre, per tutto quanto non direttamente previsto in questo decreto-legge, si rimanda, come sempre, ad una nuova sequela di decreti del Presidente del Consiglio dei ministri. Ciò avviene per ben nove volte nei 16 commi che compongono l’articolo 1. (Applausi). Sull’uso estremamente forzato di questo strumento si è già detto tanto, ma non ci stancheremo mai di ripeterlo, anche a fronte dei richiami di altissimo livello che richiedono al Governo una gestione più armonica con il dettato costituzionale. Certamente, anche in questa fase dobbiamo ribadire con forza che la procedura introdotta nel corso della conversione del decreto-legge n. 19 non ci soddisfa: non possiamo accettare che sia una mera informativa di un Ministro – quindi, senza un voto di indirizzo del Parlamento – a sostituirsi al dirittodovere di Camera e Senato di avere voce in capitolo nelle scelte che impattano sui diritti fondamentali dei cittadini. (Applausi). Questo è ancor più vero se si considera che l’informativa – possibilità che, come sapete, è prevista – avviene nella fase successiva all’adozione del provvedimento, a totale discrezione del Governo stesso. Passando al merito, nei pochi minuti che ho ancora a disposizione, non possiamo non riconoscere che, dei decreti-pilastro che sostengono l’architrave giuridica costruita dal governo Conte, questo è quello che ha senz’altro il minor impatto negativo sui cittadini, unicamente perché arriva quando l’emergenza
sanitaria è in gran parte superata. Ovviamente ciò non muta il nostro giudizio sul quadro d’insieme, che è lo stesso raccolto – solo per citare un esempio – anche in fase di audizione in Commissione dei rappresentanti di Regioni guidate dal centrosinistra, nonostante le stesse siano riuscite a spuntare in extremis un accordo soddisfacente per quanto riguarda l’applicazione dei protocolli d’intesa, facendo rivedere al Governo il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 16 maggio, durante la concitata notte tra il 16 e il 17 che tutti ricordiamo. Ciò detto e rimarcato, non ci siamo sottratti al nostro ruolo di opposizione costruttiva e, nei lavori in Commissione, abbiamo cercato di apportare migliorie al testo. Abbiamo dovuto lavorare come se stessimo guardando una fotografia istantanea scattata il 15 maggio, cercando di inserire in fase emendativa quanto ritenevamo utile, ben sapendo che gli effetti sarebbero rimasti solo sulla carta – in questo caso, auspicabilmente, non a futura memoria – stante il fatto che, come detto, molti degli effetti del decreto-legge si sono già esauriti il 2 giugno. Abbiamo proposto migliorie per quanto riguarda la circolazione tra territori di confine tra una Regione e un’altra; abbiamo proposto di articolare meglio l’uso di definizioni quali abitazione, dimora, residenza e domicilio, che tanta confusione hanno portato (e non capiamo ancora se per una cosciente volontà o solo per una leggerezza nell’estensione delle varie norme); abbiamo proposto una più corretta applicazione della norma di transito da e per San Marino e Città del Vaticano, che tanti dubbi aveva sollevato da parte dei costituzionalisti che abbiamo audito. Ancora, sul piano delle sanzioni, abbiamo proposto che la sospensione delle attività non sia un automatismo, ma venga applicata solo in situazioni di particolare gravità, allorquando – si pensi alle strutture alberghiere – potrebbe generare maggiori rischi per la salute pubblica e l’ordine pubblico oppure quando – si pensi al trasporto pubblico locale – il rispetto delle norme dipende in gran parte dall’utenza con poche possibilità di determinazione da parte dei gestori, che – lo ricordiamo – non possono essere autorità competenti alla verifica. Abbiamo infine proposto che il gettito delle sanzioni inflitte da autorità facenti capo ad enti locali (Comuni, Province e Regioni) resti nelle disponibilità degli stessi, anche e soprattutto per consentire, responsabilizzando e motivando, una fattiva collaborazione nel presidio del territorio, nell’interesse di tutta la collettività. Questa proposta, come ha ricordato poco fa il relatore Parrini, è stata accolta dalla Commissione: non avrebbe potuto essere altrimenti, trattandosi di norma di assoluto buon senso e in favore dei sindaci che sono in prima linea. Una miglioria quindi c’è stata, ma del tutto insufficiente. Non ci aspettavamo certo che la maggioranza giallorossa stravolgesse il provvedimento del proprio Governo, ma questo non è certo abbastanza per modificare il nostro giudizio sulla gestione dell’emergenza da parte del presidente Conte e delle sue infinite task force, che è e resta negativo. (Applausi).

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